Ott 12

Kenya

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“Il “mal d’Africa” esiste veramente. Ha colpito anche noi e si è manifestato appena abbiamo lasciato il Kenya. È un profondo senso di nostalgia, un sentimento impressionante come un lieve dolore, che di continuo ti porta a pensare e a rivivere i giorni trascorsi, con un gran desiderio di ritornare. Quel senso di libertà e di spazio aperto che si respira nelle pianure sconfinate, i ritmi lenti e primordiali che appartengono al passato, il fascino delle distese polverose e selvagge della savana, lo splendore dei paesaggi infiniti ed ancestrali, come infinite sono le spiagge di sabbia bianca, contornate di palme e protette da arcipelaghi e barriere coralline. Ambienti sempre diversi che si alternano e si susseguono: montagne, aperte pianure, deserti pietrosi, colline fertili, valli rivestite di foreste. Questa è l’Africa, l’Africa che soffre, l’Africa che cresce a dismisura, l’Africa delle grandi siccità e dei disumani stermini, dalla bellezza drammatica, dall’immensa varietà e dalla tremenda fragilità. Qui, dove è nata la nostra umanità, si concentra la più grande biodiversità ma anche la maggiore varietà culturale ed etnica dell’intero Pianeta. Sono 52 gli Stati africani e 1.300 le lingue che vi si parlano e almeno altrettanti i credi, ognuno con i propri riti e le proprie tradizioni. L’Africa è la materia prima dell’umanità, una riserva infinita sia biologica, sia culturale. Qui, dove ruggisce il leone, batte il cuore selvaggio del Pianeta, qui dove vivono e si perdono culture di cui conosciamo soltanto il nome, vivono popoli che sanno ancora dominare il deserto, cacciare senza sterminio, vivere senza tecnologia e parlare senza Internet. E’ attraversata dalla Rift Valley, un interminabile canalone lungo 5.600 km e largo fino a 55 km, che taglia l’intero continente africano dall’Eritrea al Mozambico, dove vive un mosaico di popoli in bilico tra le attività tradizionali e le sollecitazioni della modernità. Imbuto di fiumi, corridoio di civiltà, la Rift Valley ha indicato ad uno dei popoli più celebri dell’Africa, I Masai, la via per migrare dai loro territori d’origine nel Sudan, fino al Kenya e alla Tanzania. Hanno disceso la Rift Valley più di mille “africane, occhi profondi, sperduti, struggenti, bambini bellissimi, vestiti di mille colori; nelle sconfinate distese della savana per incontrare i “magnifici tre”: il leone, il bufalo e l’elefante; tra i suoni, i profumi e la dolce sensazione di un qualcosa di magico, indefinito, l’ultimo paradiso unico, eccezionale che si mostra sempre come nuovo, con tutti i suoi misteri e le sue tradizioni, confondendo spesso leggenda e realtà.”


 

CHALE ISLAND

C’è un luogo in Kenya chiamato Chale Island, un’isola molto piccola, lunga 1,2 km e larga 800 metri, un’ampia baia di sabbia bianca come la neve, protetta dalla barriera corallina e, al di là del reef, resta soltanto l’immensità dell’Oceano Indiano. Si trova a sud di Diani Beach, distante soltanto 10 km da questa rinomata località turistica e circa 600 mt dalla costa del Kenya. Dall’aeroporto di Mombasa, superata in traghetto la Laguna di Gazi, sopportando una lunga coda per la moltitudine di gente in attesa, di improvvisati e malridotti camioncini carichi di merci di ogni tipo, di scolaresche intere, di capre e di polli, di carichi di frutta ed altri generi alimentari, si arriva all’imbarco per l’isola: quando è il momento della bassa marea si attraversa via terra, in caso di alta marea, l’isola può essere raggiunta soltanto via mare. “Chale” è il nome di un guerriero della tribù Digo che fu sepolto nell’isola e, in certi giorni dell’anno, i suoi discendenti ritornano per commemorarlo e per celebrare antichi riti sacri per il loro credo. La prorompente bellezza di questo piccolo angolo di paradiso naturalistico, custodisce qualcosa di magico e di spirituale. Il manto ininterrotto di rigogliosa vegetazione tropicale che ricopre la roccia vulcanica, intensamente erosa dall’acqua e dal vento, racchiude una suggestiva foresta di mangrovie e un piccolo lago salato. Vivono sull’isola i maiali selvatici, i babbuini, le scimmie colobo e bush baby che “piangono” di notte, molte specie di uccelli e farfalle, le tartarughe marine che scelgono la spiaggia per deporre le uova e poi nascere di nuovo. Esiste un solo  Resort, che adotta una filosofia di vita eco-sostenibile, completamente nascosto dalla foresta e circondato da tantissimi, splendidi fiori, tra i quali le colorate e profumate orchidee tropicali. Dopo poche ore dal nostro arrivo all’isola di Chale, già rilassati dal silenzio e dal mare caldo e trasparente, siamo stati testimoni di un evento straordinario: la schiusa delle uova della tartaruga di mare. I piccoli affannati, incuranti della nostra presenza, come piccoli automi programmati biologicamente, correvano per raggiungere il mare e quindi la salvezza. Caretta caretta gigas, è la tartaruga diffusa nell’Oceano Indiano, perfettamente adattata alla vita acquatica sia per la forma allungata del corpo, ricoperto da un robusto guscio, sia per la presenza di zampe trasformate in pinne. I piccoli alla nascita sono lunghi circa 5 cm., ma un esemplare adulto raggiunge la lunghezza di 80 – 140 cm, con un peso variabile tra i 100 ed i 160 kg. Come tutti i rettili, le tartarughe marine hanno sangue freddo che le porta a prediligere le acque temperate. Trascorrono la maggior parte della loro vita in mare profondo, tornando di tanto in tanto in superficie per respirare, poiché dotate di polmoni. In acqua possono raggiungere una velocità superiore ai 35 km/h. In estate, nei mesi di giugno, luglio ed agosto, maschi e femmine si danno convegno al largo delle spiagge del Kenya e, per nostra fortuna, hanno scelto anche Chale Island, dove, a loro volta, sono nate. I piccoli per uscire dal guscio utilizzano il “dente da uovo” che viene poi riassorbito in un paio di settimane. Usciti dal guscio, impiegano dai due ai sette giorni per scavare lo strato di sabbia che ricopre il nido, raggiungere la superficie e quindi, in concomitanza dell’alta marea, dirigersi verso il mare, la memoria del nido consentirà loro di tornare sulla stessa spiaggia, venticinque anni dopo per nidificare. Le sorprese sull’isola erano appena cominciate. All’ora del “Te time” sono comparse le scimmie Colobo, abituate alla presenza degli ospiti del Resort. L’aspetto di queste scimmie è caratterizzato dal vistoso contrasto tra il nero del corpo e il bianco della coda, del mantello e di una fascia che incornicia il muso. I maschi, notevolmente più grossi delle femmine (tra 5 e 15 kg), raggiungono una lunghezza del corpo che varia tra 45 e 70 cm, quella della coda tra 50 e 100 cm. Vivono in diverse zone dell’Africa e gli habitat sono vari: la foresta pluviale tropicale, la foresta di montagna fino a 3000 mt di altitudine e i mangrovieti. Vivono sugli alberi nutrendosi soprattutto di foglie ma ho notato che non disdegnano un appetitoso pezzetto di biscotto o di torta dolce. Sono animali gregari, con gruppi formati da un solo maschio adulto e due o sei femmine con i loro cuccioli. Difendono il territorio, comunicando la loro presenza con caratteristici segnali vocali. Gli effetti della marea a Chale sono particolarmente evidenti, l’altezza dell’acqua varia di circa sei metri e quando il mare si ritira lascia spazio a lembi di terra ricchi di vita; la spiaggia lucente è contornata da acque basse turchesi che sfumano in mille tonalità del blu, fino al verde smeraldo. Lì, distesi tra la sabbia e il mare trasparente, abbiamo abbandonato ogni pensiero per godere della pace dei sensi. Gli antichi greci hanno descritto Il fenomeno delle maree collegandolo correttamente al ciclo lunare ed una sorta di spiegazione del ciclo della marea, basata sulla combinazione delle azioni della Luna e del Sole, riappare in opere medievali e della prima età moderna. Per comprendere pienamente questo evento è necessario inserirlo nello stesso quadro unitario che spiega il moto dei pianeti. Trascurando tutti quelli del Sistema Solare, la vera responsabile delle maree è la luna che, pur mostrandosi sempre nuova, con tutti i suoi misteri, resta eterna e immutabile. La luna, contornata da miliardi di stelle che brillano intorno, nascondendone in parte la luce, esercita sulla terra due forze opposte tra loro: l’attrazione gravitazionale e la forza centrifuga, dovuta alla rotazione della Terra intorno al centro del sistema Terra-Luna. Al centro della Terra queste due forze si annullano mentre sulla faccia rivolta verso la Luna, l’attrazione lunare è lievemente maggiore rispetto alla forza centrifuga, poiché la distanza dalla Luna è minore. Sull’altra faccia accade il contrario: l’attrazione lunare è minore mentre la forza centrifuga è maggiore. La conseguenza è un sollevamento del mare sia sul lato della Terra rivolto verso la Luna, sia sul lato opposto. Ecco perché l’alta e la bassa marea si alternano all’incirca due volte al giorno, e non una.

Anche il Sole esercita sulla Terra un’attrazione analoga a quella della Luna ma, a causa della maggiore distanza, la sua forza di marea risulta pari solo al 46% circa di quella della Luna. La posizione relativa di Terra, Sole e Luna, determina l’intensità della marea. Durante la Luna nuova la marea si rafforza e quando appare il primo o l’ultimo quarto si indebolisce. L’ampiezza delle maree perciò aumenta e diminuisce ciclicamente, con un periodo di circa quindici giorni. Inoltre, diversi aspetti incidono sulla modalità di questo fenomeno come la superficie delle acque e la profondità dei fondali, la morfologia delle coste e l’intensità e direzione dei venti. Il ciclo delle maree si ripete approssimativamente due volte al giorno e l’intervallo tra due alte o due basse maree successive è mediamente di 12 ore e 25 minuti circa. Da sempre uomini, animali e piante hanno dovuto adattare i loro ritmi di vita e il loro ciclo biologico a quello delle maree, soprattutto in quelle aree del Pianeta dove l’oscillazione delle acque è così ampia ed evidente.
L’ affascinante luna, quindi, donava al mare, ogni giorno, l’acqua bassa e trasparente dove era possibile osservare attentamente ogni forma di vita, dalle nere stelle marine alla moltitudine di conchiglie variopinte, coralli ed alghe, ricci, piccoli pesci e granchi di tutte le dimensioni, persino negli anfratti più nascosti, rimasti quasi scoperti dal mare, spuntavano le murene; intanto, gli aironi bianchi con passi di danza, sembrava accompagnassero le nostre escursioni, volando a tratti intorno a noi. Approfittare della bassa marea per esplorare questo mondo meraviglioso, lungo tutto il perimetro dell’isola, era diventava la nostra attività principale e tutti i giorni traspariva una nuova avventura.
Un giovane babbuino è apparso all’improvviso a una distanza di appena due metri da noi; eravamo giunti in prossimità di un tratto di foresta a mangrovie che protegge una splendida baia, dove è possibile sostare soltanto durante la bassa marea. È stata una sorpresa inaspettata e strabiliante. Fiero, affatto timoroso, forse circospetto, ha lasciato che noi ci avvicinassimo per fotografarlo e ci ha permesso di seguirlo per un lungo tratto, mentre si allontanava nelle acque basse, verso il largo dell’Oceano. I Babbuini sono presenti in quasi tutta l’Africa. Vivono in branchi misti, formati da più maschi adulti, un numero maggiore di femmine e i loro cuccioli, ma anche gruppi poligamici, nei quali è presente un solo maschio adulto. Le femmine trascorrono tutta la vita nel branco in cui nascono, mentre i maschi se ne allontanano al sopraggiungere della maturità sessuale. Sono animali onnivori, la cui dieta è costituita prevalentemente di vegetali: frutta, foglie, erba, semi e radici ma non esclude insetti e piccoli vertebrati, proprio quelli che cercava il nostro amico babbuino. Si sedeva a pelo d’acqua e attento, sguardo basso e corrucciato, con le mani catturava qualcosa per poi metterlo in bocca e masticare. Ha lasciato le sue impronte sulla sabbia bianca e immacolata e così, assalita da un pensiero, flashback delle mie ricerche scientifiche e dei miei studi, entusiasta di quell’incontro fortuito, ho appoggiato la mia mano sulla sabbia accanto alla sua impronta; l’immagine pubblicata parla da sola.

Le emozioni provate a Chale non finiscono qui. Abbiamo conosciuto Sale, un abitante dell’isola fino al momento della costruzione del Resort, obbligato quindi ad andarsene dal suo territorio d’origine, potendo tornare soltanto per proporsi come guida ai turisti e per ricordare spiritualmente i suoi avi. Sale, gentile, affatto invadente, simpatico e curioso delle nostre abitudini, voleva soprattutto parlare e confrontarsi. Desideroso di conoscenza della cultura occidentale, così diversa dalla sua, quella africana, che lentamente cambia, drammaticamente si trasforma, dove tanti popoli hanno perduto i valori della tradizione, lasciando avanzare il vuoto, non riempito da altro che dalle epidemie, dalle stragi, dalla stregoneria, dallo sfruttamento esagerato della natura. Ma Sale e i suoi amici vivono ancora lì, sulla costa molto vicini a Chale Island, fieri della loro libertà, non hanno accettato finora di modificare uno stile di vita semplice, essenziale: pescano per sopravvivere e, bravissimi artigiani, lavorano il legno realizzando oggetti meravigliosi, accompagnano soltanto chi lo desidera alla scoperta di tutti i segreti di questa magica isola.

TSAVO EAST NATIONAL PARK

Nell’anno 1948 fu istituito il Parco Naturale del Tsavo Est, esteso su di una  superficie complessiva di 21.812 km². E il più grande parco naturale del Kenya e appartiene ad un sistema di parchi e riserve naturali adiacenti che ricoprono complessivamente una superficie di oltre 23.000 km².

 Amministrativamente è suddiviso in Parco Nazionale dello Tsavo Orientale (Tsavo East National Park) e Parco Nazionale del Tsavo Occidentale (Tsavo West National Park). A separare i due parchi vi sono la strada che va da Nairobi a Mombasa e la ferrovia. Il nome del parco è lo stesso del fiume Tsavo che lo attraversa.

Il Tsavo Est è caratterizzato da una morfologia principalmente pianeggiante, con grandi distese di savana attraversate dal fiume Galana, nato dalla confluenza del fiume Tsavo e dell’Athi. Il rilievo principale è l’altopiano di Yatta che, con i suoi 190 km di lunghezza, rappresenta la più grande superficie lavica del mondo, nata dall’attività del vulcano Ol Doinyo Sabuk.

Considerato una delle riserve naturali più preziose del Pianeta, il Tsavo est racchiude numerosi habitat ricchi di biodiversità che lo rendono una delle maggiori attrazioni turistiche del Kenya.

 

La vegetazione è rappresentata da arbusti, baobab, specie tipiche delle foreste pluviali, palme e tipiche piante locali ma la fauna è abbondante ed estremamente varia. Fra le numerosissime specie endemiche africane sono presenti: sciacalli, babbuini gialli, bufali, civette africane, dik-dik, caracal, gatti selvatici, ghepardi, licaoni, silvicapre, eland, elefanti, giraffe, iene maculate, iene striate, impala, leopardi, leoni, scimmie di Sykes, rinoceronti neri, antilopi d’acqua, zebre comuni, ecc. L’avifauna, altrettanto ricca di specie, annovera struzzi, uccelli tessitori, martin pescatori, aironi ecc.

NATURA E COLORI

Dopo poche ore dal nostro arrivo all’isola di Chale, in Kenya, siamo stati testimoni di un evento straordinario: la schiusa delle uova di tartaruga…….i piccoli affannati correvano per raggiungere il mare e quindi la salvezza.

C. caretta gigas, è la tartaruga diffusa nell’Oceano Indiano. E’ perfettamente adattata alla vita acquatica grazie alla forma allungata del corpo ricoperto da un robusto guscio ed alla presenza di zampe trasformate in pinne. I piccoli alla nascita sono lunghi circa 5 cm., ma un esemplare adulto raggiunge la lunghezza di 80 – 140 cm, con un peso variabile tra i 100 ed i 160 kg.

 

Come tutti i rettili, le tartarughe marine hanno sangue freddo il che le porta a prediligere le acque temperate. Trascorrono la maggior parte della loro vita in mare profondo, tornando di tanto in tanto in superficie per respirare, poiché dotate di polmoni. In acqua possono raggiungere velocità superiori ai 35 km/h,. In estate, nei mesi di giugno, luglio ed agosto, maschi e femmine si danno convegno al largo delle spiagge del Kenya (…e per nostra fortuna hanno scelto anche l’isola di Chale), dove, a loro volta, sono nate. Fondamentale è per i piccoli raggiungere il mare, la memoria del nido consentirà loro di tornare sulla stessa spiaggia, 25 anni dopo per nidificare.

MASAI

I Masai (o Maasai) sono un popolazione che vive sugli altopiani intorno al confine fra Kenya e Tanzania. Considerati nomadi o semi-nomadi, nella tradizione allevatori transumanti, oggi conducono principalmente una vita stanziale, soprattutto in Kenya. Lo stile di vita stanziale si accompagna alla pratica dell’allevamento e dell’agricoltura come fonte primaria di sostentamento.I masai parlano il “maa”, da cui il nome dell’etnia che è dai locali pronunciato “maasai”.

Una leggenda vuole che la l’origine di tutti i Masai ebbe luogo quando il progenitore “Mamasinta” risalì il grande burrone, che potrebbe identificarsi con le ripide cascate che separano la valle del Turkan, nel nord del Kenya, dagli altipiani centrali del paese.

Oggi i masai sono divisi in dodici clan principali (Keekonyokie, Damat, Purko, Wuasinkishu, Siria, Laitayiok, Loitai, Kisonko, Matapato, Dalalekutuk, Loodokolani e Kaputiei ma esistono clan minori.

La società dei Masai è patriarcale dove gli anziani hanno potere decisivo quasi assoluto. Il consiglio degli anziani è anche chiamato a dare giudizi legali. Non esiste la punizione capitale, ma pene severe possono essere attribuite ad assassini e a coloro che gravemente mancano di rispetto agli anziani. Nei casi più semplici, una richiesta di scuse o un pagamento di una multa in bestiame, sono sufficienti a porre fine ad un contenzioso.

Masai della Tanzania

I masai sono monoteisti e credono in Enkai, Dio che si rivela con colori diversi a seconda dell’umore. Dio è nero quando bonario, rosso quando irritato. La vera natura di Dio è difficile da capire, ma si sa che Dio è soprattutto il Dio di tanti colori, e cioè una realtà complessa. Dio ama gli esseri umani e li aiuta in caso di bisogno. In questo, è aiutato da una serie di esseri spirituali, alcuni dei quali sono da lui mandati a seguire le vicende umane. Spesso le donne hanno un ruolo sacrale. In molte famiglie, la donna è la prima ad alzarsi per benedire il recinto della casa. La maggioranza dei masai è oggi cristiana, o vicina al cristianesimo.

Masai del Kenya

In passato le abitazioni venivano costruite per resistere poco tempo ma, negli ultimi due secoli, i masai hanno dato vita ad una casa (enkang) abbastanza standardizzata. L’enkang tradizionale prevede un recinto spinoso all’esterno per proteggersi dagli animali selvatici, e un recinto spinoso all’interno per accogliere il bestiame per la sera. Nel secondo recinto si trova, inoltre, un reparto separato per vitelli e agnelli.

Le singole case sono fatte con sterco mescolato a fango e posto su di una struttura di rami flessibili. La forma è ovale con l’entrata bassa verso il punto di minor larghezza. All’interno la casa è divisa in tre sezioni. Al centro un focolare dove cucinare, ad un capo il letto dell’occupante, dall’altro lato il letto per i bambini o un piccolo ripostiglio. L’altezza massima della casa è di circa 1,5 metri. Tale tipo di costruzione sta ormai sparendo per essere sostituita da costruzioni stabili in pietra o in laminati metallici.

La musica dei Masai si esprime attraverso il semplice canto, senza accompagnamento musicale. Il coro può dare un tono continuo o un’armonia, su questa base il cantante principale canta il tema musicale. Nella musica religiosa, il solista normalmente inneggia a Dio mentre il coro chiede a Dio di venire, con un tono basso, forte e ritmato.

Le canzoni accompagnano la danza, che consiste normalmente in una serie di salti eseguiti a turno dagli uomini mentre le donne muovono il collo in avanti e indietro, emettendo dei suoni sincopati.

I disegni simbolici applicati al viso e al tronco durante alcuni momenti della vita hanno un significato spirituale più che di trasmissione di ideali. Non si fa uso di maschere ma il corpo viene modificato con tattuaggi o tagli.

La modificazione corporea più evidente tra i masai è quella della perforazione del lobo delle orecchie con conseguente allungamento della parte pendente del lobo. Questa pratica è sempre più rara tra i giovani Masai. Alcuni praticano la rimozione dei canini nei denti da latte, pensando che possano causare malattie gravi ai bambini; negli adulti possono essere rimossi anche uno o due incisivi.

Nell’antichità, i masai vestivano di pelli, spesso dipinte con colori vegetali. I gioielli erano semplici, fatti con semi e fili di piante Con l’arrivo del colonialismo, il loro modo di vestire si è modificato radicalmente: dai soldati inglesi, hanno acquisito le tipiche coperte usate per il kilt – shuka – di cotone a quadri con i colori predominanti rosso e nero, diventate ormai un simbolo del vestire masai. Le donne preferiscono portare delle tuniche di colore blu, rosso o nero (il colore può indicare lo status sociale) a due strati.

Le calzature sono sandali di cuoio, sempre più spesso sostituiti da sandali ottenuti da vecchi copertoni di automobile.

Come tutti i popoli pastori la loro dieta era basata sugli alimenti derivanti dall’allevamento del bestiame: carne, latte e il sangue di toro erano il cibo più comune. Oggi, la dieta masai ha subito una grande trasformazione con la pratica dell’agricoltura: la carne viene consumata soltante in giorni particolari e un normale pasto può essere a base di miglio o farina di mais bolliti nel latte oppure tè con latte e ginger, polenta bianca e verdure cotte (patate e cavoli).

 

I Masai dei tempi moderni hanno saputo sfruttare sapientemente l’icona del guerriero “senza paura”, comune all’immaginario colletivo occidentale. Tra i tanti gruppi etnici dell’Africa Orientale, i Masai sono i più famosi e facilmente riconoscibili nei cataloghi turistici. In realtà, l’indole di questa etnia è ben lontana da quella guerriera presentata ai turisti. La gente in vacanza viene accompagnata a visitare i villaggi Masai, senza sapere che i Masai non vivono nei villaggi ma sanno che i turisti vogliono vedere il villaggio come espressione della tradizione…….o più semplicemente come luogo ideale per scattare splendide fotografie!

MARAFA - HELL'S KITCHEN

La Cucina dell’Inferno  (Hell’s kitchen) di Marafa, è una depressione scavata nelle arenarie rosse dall’erosione della pioggia e del vento. E’ situata a 30 km da Malindi, circa un’ora di auto, sulla strada per Lamu. Il percorso su strada sterrata attraversa un paesaggio suggestivo caratterizzato dai tipici boschi di acacia, radure e sporadici villaggi di agricoltori e allevatori, dove  la povertà estrema appare dappertutto e rende lo scenario commovente. Arrivati a Marafa, la morfologia del paesaggio naturale mostra una gola fatta di rocce colorate di rosso, di giallo e di bianco,  che formano pareti irregolari a strapiombo tra la ricca vegetazione, originando un ambiente attraente e surreale.

Al tramonto le rocce si tingono di rosso e dal belvedere di Marafa, tutti, turisti e gente del villaggio, si fermano a guardare il colore del cielo. Il sole scompare rapido all’orizzonte, e rimane nel cuore un’altra bellissima immagine del Kenya.

 

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