I Monti Ernici e Prenestini

I Monti Ernici e Prenestini

In un mondo segreto di boschi e di acque

Se me frulla un pensiero che me scoccia

me fermo a beve e chiedo aiuto al vino:

poi me la canto e seguito er cammino

cor destino in saccoccia.

Trilussa

Nella campagna di Roma vi sono alcuni paesi che per le loro antichità, la bellezza della regione, il carattere degli abitanti e alcuni monumenti notevoli invitano a visitare. Il territorio che ho in mente appartiene alla delegazione di Frosinone e si estende al di sopra del fiume Sacco, sulle pendici degli Appennini…….. . Era mio programma visitare queste città e nello stesso spingermi fin su, in zone selvaggie e solitarie………

Con queste parole, rivolte ai viaggiatori dell’Ottocento in cerca di nuove emozioni, Ferdinand Gregorovius (Itinerari laziali – 1858), inizia il racconto del suo cammino attraverso le terre degli antichi Ernici. Oggi la strada asfaltata ricalca l’antica via, entra nelle città ricche di storia e, fuori di queste, si apre in ogni direzione con deviazioni e sentieri, permettendo il transito ad ogni mezzo di trasporto e ad ogni tipo di viaggiatore; anche se tutto è cambiato, dai tempi agli spazi e persino i simboli del cammino, resta vivo il desiderio di scoprire impressioni emotive sempre diverse. Allora, discreti e rispettosi di una natura ancora verdissima e forte di seduzione, ci inoltriamo tra i Monti Prenestini e i Monti Ernici, fino a raggiungere la Via del vino; in un mondo segreto di boschi e di acque, di radure silenziose, di altopiani carsici dall’aspetto lunare, di piccoli borghi affascinanti per la quiete delle loro vecchie pietre e per la genuina cortesia degli abitanti, di antiche memorie e di aspre creste aperte su sconfinati orizzonti di terra e di cielo.

Seguendo la Via del Cesanese, che tocca i suggestivi paesi di Piglio, Serrone, Acuto, Affile, Anagni e Olevano Romano, oggi, come duemila anni or sono, è ancora possibile incontrare paesaggi integri di natura incontaminata: vallate maestose solcate da fiumi di acqua limpida e pura, come l’Aniene; oasi naturalistiche, come la Selva di Paliano, luogo ideale per osservare una grande varietà di uccelli acquatici; boschi secolari di querce e di faggi, come la Valle della Cannuccetta nei pressi di Palestrina, splendido rifugio per gli amanti della natura; grotte profonde scavate dal carsismo, come il Pozzo d’Antullo a Collepardo; antri spettacolari che ospitarono gli orsi, come la Grotta dell’Arco a Bellegra, ed anche arditi panorami che spaziano dal Mar Tirreno fino alle cime del Gran Sasso, del Terminillo, della Maiella e del Velino.

E’ difficile immaginare che questo mondo bellissimo è “a portata di Roma”!

Percorrendo le antiche Vie Consolari, la Prenestina o la Casilina oppure la comoda autostrada Roma – Napoli, dopo appena 50 km si entra nell’area dei Monti Prenestini e in quella dei Monti Ernici ed è possibile raggiungere in poco tempo tutti i paesi, da quelli più vicini alla strada a quelli lontani, sperduti fra le cime più alte al confine con l’Abruzzo.

Ad avvicinarsi al paesaggio di queste montagne, si prova un forte senso di soggezione; è l’intima consapevolezza dell’inviolabilità di queste vette, ma solo ad un primo impatto possono mostrarsi brulle ed aride, come abitualmente si tende a descriverle. Se si giunge in questo territorio a primavera inoltrata, si ha l’impressione di immergersi in un mare di verde: dall’ombra cupa del fogliame degli alberi, al colore smeraldo dei prati, variegato dalle mille sfumature delle fioriture policrome. Del verde dei boschi cedui sono rivestite le zone collinari con maggior pendenza e una fitta vegetazione ricopre le aree prossime ai corsi d’acqua; ma, alle quote più alte, nelle fasce montuose, si estendono foreste intere con alberi d’alto fusto e pascoli. Appare così l’immagine di un Paradiso ritrovato, ma purtroppo sospeso in un instabile equilibrio per i continui, minacciosi pericoli di distruzione.

Dai Monti Prenestini

Da Palestrina, (l’antica Praeneste) adagiata sul Monte Ginestro, lo sperone sud-occidentale dei Monti Prenestini, inizia un ipotetico viaggio la cui meta finale sarà la cima del Monte Scalambra, che apre la vista verso la sottostante Valle del fiume Sacco fino ai Monti Lepini, nonché verso i Colli Albani e i Prenestini, che da qui potremmo godere con un’ampia visione d’insieme.

Attraversato il paese, ricco di resti archeologici e monumenti medievali, si prosegue per la carrozzabile che sale verso Castel San Pietro e poco fuori Palestrina, si entra in un mondo di rocce antiche. Sono calcareniti a brecce, calcari con noduli di selce, calcari marnosi e marne, ricchi di resti fossili, che ci parlano di un antico ambiente di mare aperto, limpido e caldo, prossimo alla scogliera corallina. Questi sedimenti che lentamente si accumulavano, provenivano dall’area dove sorge Rocca di Cave che, a sua volta, costituiva la “soglia” (cioè la fascia di raccordo tra l’area di laguna e la scarpata di transizione al mare aperto) di quella scogliera. L’itinerario prosegue per Guadagnolo fino a Capranica e, da qui a Rocca di Cave, è tutto un susseguirsi di splendidi punti panoramici. Si apre lo sguardo sulla rupe del Monte Guadagnolo (1218 m), la cima più alta dei Prenestini, le cui ripide pareti sovrastano le forme molto più dolci ed ondulate del paesaggio sottostante, modellato nelle “tenere” marne.

Tra Palestrina e Castel San Pietro si estende la Valle della Cannuccetta: un bosco misto con roverelle, cerri, tigli, aceri e carpini bianchi. E’ uno spettacolo di giganteschi alberi secolari, favoriti nella loro crescita dalla sottostante copiosa presenza d’acqua. In questo bosco vivono anche  le “querce di Pierluigi da Palestrina”, due enormi individui di roverella amati dal compositore, che spesso si riposava all’ombra delle loro chiome.

Montagne di media altitudine, i Prenestini sono caratterizzati da una morfologia del tutto particolare. Nel Centro – Nord aspro e calcareo, si osserva un paesaggio montano, mentre nella fascia pedemontana a Sud si estende una pianura ondulata di fertili suoli vulcanici. La diversa costituzione del suolo, oltre a creare uno stupendo contrasto di forme del rilievo, ha influenzato, nel corso dei secoli, lo sviluppo di diverse realtà economiche. Infatti, nelle aree settentrionali si sono concentrate le attività agricole e pastorali, ormai in declino, mentre sulle pendici collinari occidentali e nella pianura pedemontana meridionale si trovano rispettivamente le aree coltivate ad ulivi e le zone rivestite dai regolari filari dei numerosissimi vigneti.

Questo territorio, in passato, era ricoperto per più di metà superficie da un manto boschivo. Ma, come accaduto in tutto l’Appennino, l’uomo nel corso dei secoli ha estremamente impoverito le foreste, sia per far posto ai pascoli e alle colture, sia per la raccolta di legname. Oggi la copertura boschiva non supera il 25% ma la foresta prenestina presenta sempre piacevoli sorprese; anche dove l’antica selva ha ceduto il posto alla macchia bassa, appaiono: odorose ginestre dal colore giallo-oro che, grazie ai rami lisci e flessibili, vengono ancora utilizzate per legare le viti ed intrecciare canestri; deliziosi ginepri e il mirto verde, cui spesso si accompagna il nobile alloro che in passato era molto diffuso, tanto da ricoprire i Monti Prenestini, fino a 400 metri d’altezza. Il rovo, diffuso un poco ovunque, invade le aree incolte e i margini del bosco e tra i cespuglietti crescono varie specie di Rosa tra cui, Rosa canina e Rosa sempervirens, biancospini e pruni selvatici, con le cui bacche a Ciciliano si prepara un buon liquore. Le faggete limitate alle zone più alte mostrano esemplari di olmo montano, di tiglio, di acero montano e di maggiociondolo. Nel sottobosco vivono una grande varietà di specie tra le quali, agli selvatici, gigli, l’euforbia delle faggete e diverse felci.

La ricchezza vegetazionale e floristica dei Monti Prenestini è il risultato di una netta variabilità morfologica, litologica e fitoclimatica. L’ambiente è collegato da un lato, agli elementi propriamente appenninici – molti aspetti del paesaggio, infatti, sono simili a quelli dei vicini Ernici e Simbruini – e dall’altro è fortemente influenzato dall’esistenza della vasta Campagna Romana e della valle più grande del Lazio, Valle Latina.

Con i rimboschimenti, sono state introdotte alcune specie esotiche, per esempio il pino nero e il cipresso dell’Arizona, che non sempre si sono ambientati; l’attecchimento ha dato risultati positivi soprattutto nella rigogliosa selva di Capranica. In questa zona sono anche diffusi i boschi di castagno, con il cui legno si facevano botti, mastelli, madie, spianatore cioè tavole dove mangiare la polenta, e cupelle che, invece di contenere vino come era in uso nei Castelli Romani, si riempivano con l’acqua, per il ristoro dei contadini durante il lavoro nei campi. Inoltre, con le castagne si faceva un decotto che serviva per la cura della tosse e del raffreddore oltre ad avere proprietà emollienti e leggermente astringenti. Dove non crescono la faggeta e il bosco misto si estendono vasti prati adibiti al pascolo. Tra lo straordinario scenario di specie presenti, tra le quali diffusissime e varie quelle officinali, vi è la Carlina bianca, una pianta priva di fusto con l’infiorescenza a forma di stella; i pastori di Guadagnolo ne mangiavano la parte basale carnosa, condita con olio e sale.

I Monti Prenestini hanno ospitato fin dalle età più remote un’intensa attività d’allevamento e tuttora sono riconoscibili gli antichi sentieri di transumanza, che oggi rischiano di scomparire. Erano i tratturi, le via d’erba, percorsi costantemente per millenni dai pastori, camminatori infaticabili, che conducevano le greggi di pecore dagli alti pascoli montani a quelli di pianura. Silenzioso, paziente e riflessivo il pastore osservava e contemplava la natura intorno al suo cammino. Era una natura dura e selvaggia e bisognava  vigilare e lottare; le pecore erano seguite dai lupi che, organizzati in branchi, potevano arrecare notevoli danni alle greggi. Nacque così una lotta all’ultimo sangue che ha visto pastori e lupi acerrimi nemici da sempre. Ormai il lupo è scomparso da queste montagne, ma si possono incontrare le tracce di altri animali particolarmente interessanti quali la volpe, il cinghiale, diverse specie di rapaci e forse il gatto selvatico.

Lungo i corsi d’acqua, che in questa regione hanno potuto esprimersi attraverso un buona rete di scorrimento superficiale, è presente la tipica vegetazione igrofila (amante dell’umidità) con salici, felci e olmi. L’abbondanza dell’acqua nel comprensorio dei Prenestini è un’altra caratteristica di rilevo; i corsi d’acqua appartengono a due diversi bacini idrografici, quello dell’Aniene a Nord, comprendente fiumi, torrenti e vari fossi che scendono verso la campagna tiburtina e quello del Sacco a Sud che è composto dal tratto superiore dello stesso fiume Sacco e dal Fosso di Capranica. Numerosi altri fossi, in evidenza sul territorio, sono in secca per buona parte dell’anno oppure ormai definitivamente asciutti.

Ad un chilometro e mezzo dal paese di Guadagnalo sorge il Santuario della Mentorella (VI secolo), posto a strapiombo su una parete rocciosa. Sembra che San Benedetto vi abbia sostato nel corso del viaggio che lo portò da Roma all’alta valle dell’Aniene. Il piccolo complesso è stato molto rimaneggiato nelle epoche successive ma il panorama merita una sosta. Si apre verso Est sulle morbide forme dei rilievi di San Vito Romano, Bellegra e Olevano Romano, ricoperti dai boschi e circondati da un anfiteatro di monti più imponenti: i Ruffi, che li chiudono a Nord, i Simbruini e gli Affilani ad Est e le propaggini dei Monti Ernici con la cima più prossima del Monte Scalambra che li fronteggiano a Sud-Est. Nelle fasce pedemontane e alle pendici del Monte Celeste ove sorge Olevano Romano, il paesaggio muta il suo aspetto e assume il colore dei vigneti. E’ questo un territorio particolarmente adatto per l’impianto delle vigne, perché caratterizzato da fertili suoli bruni e da un clima temperato, che offre condizioni locali ottime per la produzione vitivinicola. Da questi paesaggi vitati nasce il DOC, Cesanese di Olevano, un vino dall’aroma inconfondibile e dal sapore elegante.

Seguitando il cammino, si arriva al paese di Bellegra, arrampicato su una ripida dorsale di calcari, e, raggiunto il Belvedere, un panorama eccezionale si presenta al nostro sguardo. Sono le stesse montagne che si osservavano da Guadagnolo ma, da questa visuale appare netta la differenza tra il profilo irregolare dei Monti Ruffi, contrapposto alla sommità regolare dei  Monti Penestrini che emergono ad Ovest, articolati dal blocco squadrato della rupe di Guadagnolo e, in lontananza, verso Nord Est, la lunga dorsale dei Monti Simbruini appare in tutta la sua estensione mentre, sempre più vicino, verso Sud-Est, si innalza il Monte Scalambra, le cui pendici nordoccidentali si prolungano in direzione di Bellegra. La dorsale montuosa tra Bellegra e Olevano Romano è  in parte coperta da un querceto detto “La Serpentara” ma, per gli appassionati di speleologia, Bellegra offre un’altra attrazione, la Grotta dell’Arco, scavata dal carsismo e divenuta, circa 60.000 anni fa, una sicura dimora per l’ Orso delle caverne (Ursus spelaeus).

Dai Monti Ernici

Da Bellegra, proseguendo sulla S.P. 61/a in direzione di Affile, si attraversa una valle incisa nei calcari del Monte Scalambra; stiamo entrando nel territorio dei Monti Ernici, che si estendono dal paese di Anagni, fino a ridosso di Sora, segnando il confine tra la Provincia di Frosinone e quella dell’Aquila. Ciò che colpisce di più in questo territorio è l’aspetto delle forme dei rilievi. Il paesaggio morfologico è stato, infatti, modellato profondamente dal carsismo che ha potuto togliersi ogni capriccio in questo mondo di rocce calcaree, già tormentate in un complesso reticolo di fratture e dislocate in vario modo dagli eventi geologici. Nel suo lungo e affascinante viaggio l’acqua piovana viene inghiottita dalle profondità del suolo e, nel suo cammino verso il mare, aggredisce sciogliendo la roccia calcarea e forma una miriade di piccole e grandi cavità, originando così le innumerevoli forme prodotte dall’erosione carsica sotterranea e superficiale.

Oltrepassati i Prenestini, il mondo della “transizione al mare aperto” e della “soglia” della scogliera corallina, di 100 milioni di anni fa, è ormai definitivamente abbandonato; ora, ci troviamo nella parte più interna della laguna, nei Monti Ernici, nel mondo dell’antica “piattaforma carbonatica”. Attraversato il paese di Affile, dalle cui terre nacque il vitigno Cesanese di Affile, padre di tutti gli altri vitigni della zona e ormai quasi scomparso, ci si immette sulla S.S. n° 411, verso gli Altopiani di Arcinazzo, con il Monte Scalambra che domina sulla destra e gli Affilani che si innalzano dal lato opposto.

La dorsale secondaria dei Monti Affilani, costituita da due catene parallele, forma la sponda sinistra della Valle dell’Aniene, da Trevi a Subiaco, affiancandosi a Sud ai Monti Ernici, tra i paesi di Affile e Roiate ad occidente, e di Guarcino ad oriente. Al di sopra del paese di Arcinazzo Romano, la vetta del Monte delle Pianezze (1332 m), spoglia di vegetazione, è la più elevata della catena settentrionale e, poco lontana, sorge la cima del Monte Altuino (1271 m). Nella catena meridionale, la vetta più elevata è il Monte Scalambra (1420 m), una montagna massiccia ed un belvedere eccezionale, che domina i paesi di Serrone e di Piglio. Entrambe le catene montuose, scendono verso la Valle dell’Aniene con ripidi pendii e salti di roccia complessi. L’acqua pura delle sorgenti del fiume Aniene, poste a 2000 metri nei Simbruini, precipita sotto Subiaco, per poi allargarsi sotto Mandela e incassarsi tra gli speroni di tufo dei Tiburtini e tra i calcari e le marne dei Prenestini. In questo tratto, il fiume conserva ancora le caratteristiche di un corso d’acqua particolarmente integro e incontaminato. Nelle acque lipide e ben ossigenate vivono numerosi invertebrati di notevole interesse naturalistico. Numerose specie di insetti, tra cui quelli terrestri che vivono nel corpo d’acqua o sulla superficie, hanno adottato vari stratagemmi per adattarsi alla vita in un fiume e non farsi trascinare via dalla corrente. Altre, come il raro granchio di fiume e l’altrettanto prezioso gambero di fiume, legate strettamente ad ambienti incontaminati, sono indicatori biologici, cioè una sorta di “spie” delle condizioni di salute del corso d’acqua. Lungo le gole dell’Aniene, scavate dal fiume nelle rocce calcaree quasi a separare gli Affilani dai Simbruini, si osserva un paesaggio naturale tra i più spettacolari di questo terriotrio, lungo un percorso facile e sorprendentemente selvaggio.

Ad Est dei Monti Affilani, i contigui Ernici si estendono con elevazioni più modeste, al di sopra dei paesi di Fiuggi, Torre Caietani e Guarcino. Punti culminanti di questo settore sono il Monte Pila Rocca (1109 m), il Monte Rocca (1058 m) e il Monte Civitella (1131 m).

La natura di queste montagne è quella stessa dei vicini Simbruini che racchiudono un patrimonio forestale tra i maggiori del Lazio; un elemento sufficiente per sottoporre a tutela il territorio e destinarlo a Parco. Al confine tra Lazio e Abruzzo, i Simbruini costituiscono, insieme agli Ernici, uno dei più importanti complessi montuosi della regione.

I boschi di leccio ricoprono i versanti ben esposti al sole, tra i 600 e i 900 metri e si associano con orniello, olmo, carpino nero, roverella e acero campestre. I rari boschi puri di leccio  si sviluppano sulle pendici ripide e assolate nella zona dei monasteri benedettini di Subiaco e in prossimità di Cervara di Roma e di Jenne. Sempre a quote medio-basse ma sulle pendici più fresche si estendono i querceti caducifogli o il bosco misto in cui si trova il raro tiglio selvatico (Tiglia cordata). Il sottobosco, dominato da vitalba, berretta del prete, biancospino, sambuco, sanguinello e maggiociondolo, è ravvivato dalle colorate fioriture del giaggiolo, del narciso dei poeti, del giglio martagone ma, fra i tanti fiori, il primato di una bellezza “esotica” va alle numerose specie di orchidee. Nei versanti più ombrosi e freschi e salendo di quota la vegetazione assume un aspetto più montano, con specie tipiche come l’acero montano, l’olmo, il noce e il ciliegio selvatico. Tra gli arbusti nasce l’agrifoglio mentre fra le erbacee spuntano la saponara, i ranuncoli, l’aquilegia e la rara genziana napoletana. In questa fascia di vegetazione sono stati effettuati numerosi rimboschimenti a conifere, prevalentemente a pino nero per la sua capacità di adattarsi a suoli calcarei, poveri o del tutto privi di humus. Oltre gli 800 – 1000 metri di quota, ma anche al di sotto di questo limite nelle esposizioni più fresche e umide, si entra nel mondo delle faggete che raggiungono le loro massime espressioni sui versanti che cingono gli altopiani carsici.

I corsi d’acqua, le sorgenti, i prati, le praterie, le rupi, ma soprattutto gli estesi ambienti forestali, ospitano numerose specie animali, alcune anche di notevole significato ecologico. Prima fra tutte il lupo (Canis lupus), legato prevalentemente alle zone boschive più isolate e ormai presente con pochi individui. Nei boschi vivono altre specie significative come la martora, abile predatore di scoiattoli e legata alla presenza di ambienti integri, l’orso marsicano ed il raro gatto selvatico. Il prezioso astore, rapace diurno, è una delle tante specie di uccelli che popolano gli ambienti forestali mentre si è estinto il capovaccaio, che viveva in passato tra gli Monti Ernici ed i Monti Simbruini. Lasciati i boschi, le praterie d’altitudine vantano la presenza della splendida coturnice e i suggestivi ambienti rupestri sono frequentati dalla solenne e silenziosa aquila reale, una specie rara e vulnerabile che nidifica su inaccessibili pareti rocciose.

Presso le sorgenti e nei tratti medi dei corsi d’acqua vivono il merlo acquaiolo e il martin pescatore, che attestano l’esistenza di ambienti ripariali ancora integri.

Insieme a tanta natura, il cammino può proseguire con una visita alle testimonianze storiche ed artistiche di cui sono ricchi i paesi e le città che costellano queste montagne; prima fra tutte Anagni. Situata in posizione dominante sulla Valle del Sacco, era l’antica Anagnia, sito abitato dal popolo Ernico. Percorrendo le due strade laterali all’arteria principale che taglia il paese, è possibile compiere l’intero perimetro della città e osservare tratti di mura romane e case medievali. Si tratta di un concentrato stupefacente di memorie di storia ed di arte che si sovrappongono fino al Rinascimento. La rigogliosa campagna di Anagni è tutto un susseguirsi di colline e pianure, difese alle spalle dalle catene montuose e decorate dal fascino discreto dei paesaggi vitati.

Lasciata Anagni, divenuta per secoli il simbolo della cristianità che preannunciava la magnificenza di Roma, un’intensa sensazione di attrazione spirituale pervade i nostri sensi, fino a sentire il desiderio di visitare un altro nucleo religioso di rilevanza storica, la Certosa di Trisulti.

Situata su di un colle, poco lontano dalla Via del Cesanese, la Certosa è composta da un insieme di edifici religiosi, nascosti da un fitto bosco di querce con magnifici alberi secolari. Nel corso della storia e soprattutto nei secoli XVII e XVIII, quando la pratica della medicina erboristica ebbe la sua massima diffusione, Trisulti rappresentò un’oasi di salvezza per i viandanti che faticosamente vi giungevano, arrampicandosi per i sentieri erti ed impervi. Un piccolo “paradiso terrestre” dei monaci che curavano le anime ma anche la salute del corpo, praticando la scienza della medicina e offrendo farmaci preparati con le piante balsamiche miracolose o magiche. Dovunque, tra le rocce e lungo il greto dei fiumi, intorno ai monti, era un invito continuo a ricercare le piante medicinali. Coltivavano anche un orto botanico, un rigoglioso giardino pieno delle più svariate piante fresche, profumate e rallegrate dal colore dei fiori.

Molte delle piante medicinali, raccolte e studiate dai monaci ed ora esposte nel museo delle erbe a Veroli, provengono dai Monti Ernici. L’acetosa aveva proprietà diuretiche e febbrifughe; l’acetosella dei boschi e quella dei campi erano invece consigliate nella cura delle affezioni biliari; con la corteccia del faggio comune si preparava un decotto febbrifugo mentre con le larghe foglie del farfaraccio maggiore si curavano gli ipertesi e gli arteriosclerotici; la giardina silvestre era utile per guarire le forme reumatiche e per la stitichezza ed il crespino comune dalle verdi foglie lanceolate e con il profilo frastagliato arrecava un’azione rinfrescante, purgativa ed emolliente.

I monaci certosini costruirono la Certosa di Trisulti nel 1204, dopo aver abbandonato il monastero benedettino di San Domenico. Nei pressi dei ruderi del monastero, situato poco più a Nord, si osserva una singolarità geologica: le brecce calcaree della parete rocciosa che costeggia la strada, sono localmente impregnate di asfalto in piccoli ammassi scuri e venature nerastre, spiccano con macchie nere dalla forma irregolare e di varie dimensioni. L’asfalto è un prodotto dell’ossidazione e della polimerizzazione degli idrocarburi, si tratta dunque di un antico giacimento di petrolio che i grandi sommovimenti geologici, associati alle grandi fratture, hanno portato in superficie e l’erosione, successivamente, ha concorso a disperdere. L’asfalto di Trisulti è stato per lungo tempo estratto ed impiegato per la bitumazione del fondo stradale. Oggi l’antica “miniera di asfalto” è divenuta un’oasi naturale (Arcadia), mentre le caverne e le gallerie scavate su più piani per l’estrazione sono parzialmente impiegate per la fungicoltura.

………alla fine del cammino

Lasciata la Certosa e tornando verso la Via del Cesanese, è d’obbligo una sosta a Collepardo, per ammirare, ancora una volta, un singolare esempio del fenomeno carsico sulle rocce calcaree: il Pozzo d’Antullo. E’ un’ampia voragine profonda circa 60 m, larga circa 1,40 m in superficie e circa 1,55 m sul fondo, formata dall’erosione carsica che, prima ha dato origine ad una caverna e, successivamente, con l’incrementarsi del fenomeno, ne ha determinato il crollo del soffitto (dolina di crollo). Le leggende narrano che sul fondo del pozzo, un tempo ricoperto da una fitta boscaglia, i briganti facessero scendere le loro vittime, tenendole nascoste in attesa di riscatto; oggi il fondo è ricoperto dal sambuco e dalle felci, oltre che da un grande noce.

Anche la Conca di Fiuggi è un’ampia depressione di origine carsica, colmata dai sedimenti lacustri, a loro volta ricoperti dalle piroclastici provenienti dal Vulcano Albano. Le sorgenti che sgorgano all’interno dell’area (Fonte di Bonifacio VIII e Fonte Anticolana) sono note e sfruttate già dal IV secolo a. C. Sono acque con basso contenuto di minerali (oligominerali), efficaci quindi per combattere i calcoli. Le sorgenti, infatti, sono alimentate solo dalle acque che cadono nella conca (1300 mm/a di pioggia su 12 Km2 di superficie) e circolano nei depositi lacustri e nei sedimenti vulcanici, senza toccare i calcari circostanti e senza contatto con le acque che li attraversano in profondità. Il residuo a 180° delle acque della Conca di Fiuggi è di appena 0,1 g/l mentre le acque delle numerosissime sorgenti che sgorgano dai calcari dell’Appennino, hanno un residuo, alla stessa temperatura, di oltre 0,5 g/l. La portata totale delle sorgenti e di 2 – 3 l/s, ma è stata quasi raddoppiata, con la realizzazione di una serie di pozzi artificiali, per soddisfare le richieste commerciali dello stabilimento termale, che oggi è uno tra i più frequentati del Centro – Italia. A circa 4 Km dalle Terme, percorrendo la Via Anticolana – che attraversa la parte meridionale della conca di Fiuggi modellata in forme dolci ed appena ondulate – si giunge al Lago di Canterno, un’altra depressione carsica, non più rivestita dalla vegetazione ma colmata dalle acque di un piccolo e affascinante specchio lacustre.

Da Fiuggi, in poco tempo e lungo un percorso agevole e panoramico, si può raggiungere il territorio della Ciociaria meridionale per ammirare l’altra parte di un unico mondo: il territorio della Provincia di Frosinone. Verso Sud la Ciociaria è sempre più verde e più ricca di acque, preziosa di insolite bellezze naturali – celebrate fin dall’antichità da personaggi illustri quali Plinio il Vecchio e Marco Tullio Cicerone – e di un autentico patrimonio spirituale e culturale.

Il Monte Scalambra ci aspetta e si torna indietro lungo la strada già percorsa, poi si prosegue verso la montagna per salire alla sommità ed abbracciare in una suggestiva panoramica gran parte del paesaggio appena attraversato. Su questo monte si snoda il più antico e l’unico sentiero europeo che attraversa da Nord a Sud l’intera penisola. Si chiama E1, parte da Capo Nord in Norvegia e, dopo circa 5000 Km, arriva in Sicilia. Il tratto laziale attraversa il confine regionale tra Campo Rotondo e Campo Staffi, prosegue per Filettino, Guarcino, Sora, Alvito e s’immette nel tratto molisano fra San Biagio Saracinisco e Scampoli. Nel tratto da Filettino a Guarcino, è possibile intraprendere una deviazione lungo un percorso montano che collega, attraversando gli altopiani di Arcinazzo, le città di Serrone, di Piglio, di Acuto e di Fiuggi; questo lungo sentiero ripercorre le antiche vie di comunicazione tra i borghi che, tagliando per i monti, accorciavano i lunghi percorsi della sottostante Valle del Sacco e che periodicamente divenivano le vie di transumanza per le greggi. Tutto il tratto, conosciuto localmente come sentiero “Quota 1000”, traversa i Monti Ernici e si mantiene ad una quota costante fra gli 800 ed i 1000 metri sul livello del mare.

Alla fine di questo viaggio nella terra del Cesanese, dove se chiedi l’acqua ti danno un buon bicchiere di vino, la via conduce sulla vetta del Monte Scalambra. Dalla cima di questa montagna si gode l’ampio e splendido “belvedere” ma per gli appassionati degli sport estremi è possibile dedicarsi al volo di parapendio e al deltaplano, nella stagione che va da marzo ad ottobre quando, sfruttando le correnti ascensionali più favorevoli, ci si lancia da 1400 metri verso la Valle del Sacco. I magici Monti Prenestini sono in evidenza, con la natura ancora forte e presente e con uno passato culturale da riscoprire; si congiungono ai Monti Ernici, in questa terra di contrasti, ricca di una natura ancora più prorompente e di millenarie tradizioni; due catene montuose antiche e discrete, nate in un mare ancora più antico e sospinte verso l’alto dall’impeto profondo della Terra: due montagne per una sola via, quella del Cesanese.